Vichinghi

“Storia dei vichinghi. Viaggi, guerre e cultura dei marinai dei ghiacci”
Autore: Logan F. Donald – 2009

“Vichinghi. Storia, civiltà, spiritualità degli Uomini del Nord”
Autore: Marillier Bernard – 2005

“I vikinghi. Storia, religione, astronomia e calendario degli antichi dominatori dei mari”
Autore: Gaspani Adriano – 2004
Ti consiglio di leggere “I miti nordici” di Gianna Chiesa Isnardi per quanto riguarda la saggistica. mentre per quanto riguarda la narrativa ti consiglio di leggere:
– la saga dei re sassoni di Bernard Cornwell, che parla dell’invasione dei vichinghi danesi in Wessex e di un capo metà danese metà sassone che si troverà a scegliere da che parte stare, il primo libro si intitola “L’ultimo re”:
– “Il vichingo” di Tim Severin. sono 4 libri che raccontano la saga di Erik il Rosso (un vichingo norvegese che fu il primo a scoprire la Groenlandia).
J. Byock “La Stirpe di Odino”
R. Portner “l’Epopea dei Vichinghi”
J. Bronsted “I Vichinghi”
E. Wahlgren “I Vichinghi e l’America”
E. Christiansen “Le crociate del Nord”
G. Chiesa Isnardi “I miti nordici”

Il libro di Byock è incentrato sull’Islanda, datato, ma ancora riconosciuto come il migliore; ottimi quelli di portner e di Bronsted, il secondo più recente. Quello di Christiansen riguarda un’epoca successiva, ma dove le componenti vichinghe dei regni scandinavi sono chiaramente visibili.
“L’ultimo re” , “Un cavaliere e il suo re” , “I re del nord” , “Il filo della spada”
i libri di Tim Severin “Il vichingo”, “La vendetta del vichingo” , “L’ultimo guerriero”
“Mangiatori di morte” di Michael Crichton
“La via degli dei” di Harry Harrison.. 🙂
Oltre ai libri sull’argomento che puoi trovare qui: http://www.unilibro.it/find_buy/findresu…
ti consiglio “La formazione dell’unità europea dal secolo V all’XI” di Ch. Dawson, ed. Einaudi; spazia anche su altri popoli europei ma è una pietra miliare in questo campo.
Guarda il sito : http://spazioinwind.libero.it/popoli_ant…

“L’epopea dei vichinghi”, Rudolf Portner, Garzanti 1972
Io conosco, di fama, la serie dei re sassoni di Bernard Cornwell (“L’ultimo re” http://www.ibs.it/code/9788830422544/cor… , “Un cavaliere e il suo re” http://www.ibs.it/code/9788830423831/cor… , “I re del nord” http://www.ibs.it/code/9788830424173/cor… , “Il filo della spada” http://www.ibs.it/code/9788830426412/cor… ) ;
i libri di Tim Severin (“Il vichingo” http://www.ibs.it/code/9788838475597/sev… , “La vendetta del vichingo” http://www.ibs.it/code/9788838433542/sev… , “L’ultimo guerriero” http://www.ibs.it/code/9788838499845/sev… );
“Mangiatori di morte” di Michael Crichton http://www.anobii.com/books/Mangiatori_d…
“La via degli dei” di Harry Harrison http://www.ibs.it/code/9788842908890/har…
Di recente è uscito l’adattamento a romanzo del Beowulf che non è propriamente vichingo ma rende bene il clima 🙂
Di altri romanzi non so.
In alternativa ci sono le saghe “Antiche Saghe Vichinghe”, Mondadori, che sono narrazioni tramandate oralmente nelle culture del nord Europa.
Dovendo scegliere preferirei le Saghe che, oltre all’indiscusso valore storico e filologico, sono certamente più genuine di qualsiasi romanzo.
Vichinghi
Con il termine vichinghi si denotano solitamente quei guerrieri norreni, originari della Scandinavia e della Danimarca, che a bordo di navi fecero scorrerie sulle coste delle isole britanniche, della Francia e di altre parti d’Europa fra la fine dell’VIII e l’XI secolo. A questo periodo della storia europea (generalmente racchiuso fra gli anni 793 e 1066) ci si riferisce normalmente con l’appellativo di epoca vichinga.
Con questo termine ci si può anche riferire a tutte le popolazioni che abitavano la Scandinavia di quegli anni e ai loro insediamenti in altre parti d’Europa. I vichinghi facevano parte delle popolazioni normanne, solo che il termine “vichingo” indicava un appartenente a quelle popolazioni costiere, insediate nei fiordi (vik significa infatti “baia”), che erano dedite alla pirateria.
Famosi per la loro abilità di navigatori e per le lunghe barche, i vichinghi in pochi secoli colonizzarono le coste e i fiumi di gran parte d’Europa, le isole Shetland, Orcadi, Fær Øer, l’Islanda, la Groenlandia e Terranova; si spinsero a sud fino alle coste del Nordafrica e a est fino alla Russia e a Costantinopoli, sia per commerciare sia per compiere saccheggi.
I vichinghi sono conosciuti anche per essere stati i primi scopritori del Nordamerica, raggiunto tra la fine del X e gli inizi dell’XI secolo (a tal proposito si vedano Bjarni Herjólfsson, il primo europeo ad avvistare il continente americano ben 5 secoli prima dei viaggi di Cristoforo Colombo, e L’Anse aux Meadows, un antico insediamento vichingo dell’XI secolo ritrovato sull’isola di Terranova, nell’odierno Canada).[1]
I viaggi dei vichinghi divennero sempre meno frequenti dopo l’introduzione del cristianesimo in Scandinavia, tra la fine del X e gli inizi dell’XI secolo. L’epoca vichinga viene convenzionalmente considerata conclusa dalla Battaglia di Stamford Bridge, nel 1066.
Etimologia
L’etimologia del termine “vichingo” è piuttosto vaga. Alcuni pensano che venga dall’antica parola norrena vík, che significa “baia”, “insenatura” o “piccola isola” e del suffisso -ing, che indica provenienza o appartenenza. Secondo questa spiegazione, “vichingo” significherebbe “persona che viene dalla baia”.
Va anche notato che viken era l’antico nome con cui era indicata la regione costiera dello Skagerrak, cioè la zona da cui venivano i primi vichinghi.
Una seconda teoria sostiene che l’etimologia del termine vichingo vada ricercato nell’antico inglese wíc parola che significa “accampamento” (“gente accampata” o “gente che si accampa”).
La parola viking appare su molte pietre runiche trovate in Scandinavia. Nelle saghe islandesi viking si riferisce a una spedizione oltre-mare, mentre vikingr al marinaio o al guerriero che vi prende parte (probabilmente col tempo i due termini si sono fusi, almeno per le popolazioni che subivano quelle “spedizioni”).
In antico inglese la parola wicing appare per la prima volta nel poema anglosassone Widsith, probabilmente del IX secolo. Sia in antico inglese che nelle opere di Adamo da Brema il termine si riferisce ai pirati e non a un popolo o a una cultura. Comunque il termine venne usato più come verbo che non come sostantivo, connotando un’attività piuttosto che un gruppo distinto di persone, e sicuramente non indicava le spedizioni commerciali delle popolazioni vichinghe.
Il termine sparì nel medio inglese, per ricomparire solo col Romanticismo del XVIII secolo come viking.
L’epoca vichinga
Una nave vichinga esposta al museo di Oslo, in Norvegia
L’epoca vichinga è convenzionalmente quel periodo caratterizzato dall’espansione di popolazioni nord-germaniche che va dai primi saccheggi documentati del 790 fino alla Conquista normanna dell’Inghilterra del 1066. I vichinghi stessi erano Normanni, solo che propriamente vichinghi erano quei normanni stanziati sulle coste scandinave (al riparo nei fiordi) dediti all’attività corsara. Lo stesso nonno di Guglielmo il Conquistatore era un normanno, come anche Harold II d’Inghilterra discendeva da un normanno della Danimarca. Molti sovrani medievali di Norvegia e Danimarca si imparentarono con le famiglie regnanti di Scozia e Inghilterra.
Dal punto di vista geografico, l’epoca vichinga si è sviluppata non solo nelle odierne Norvegia, Danimarca e Svezia, ma anche in quei territori che erano sotto il dominio delle popolazioni nord-germaniche, vale a dire il Danelaw, la Scozia, l’Irlanda, l’Isola di Man, ampie parti della Russia e dell’Ucraina. Durante gli stessi anni dell’epoca vichinga, si ebbe il periodo di maggior stabilità dell’Impero bizantino (cioè quell’era compresa fra l’800 e il 1071) dopo le prime ondate di conquista araba a metà del VII secolo.
Alcuni vichinghi svedesi incisero iscrizioni runiche su questa statua oggi a Venezia, proveniente da Atene, in Grecia
A partire dall’anno 839 si ha la presenza di mercenari variaghi al servizio dei bizantini (il più famoso di tutti è Harald Hardråde, che condusse guerre in Nordafrica e a Gerusalemme nel primo terzo dell’XI secolo). Importanti porti commerciali vichinghi dell’epoca erano Birka, Hedeby, Kaupang, Jorvik, Staraya Ladoga, Novgorod e Kiev.
Nonostante la notevole espansione, fino all’epoca della loro cristianizzazione i Vichinghi si consideravano più o meno come un unico popolo, con un’unica lingua che aveva piccole varianti dialettali fra le popolazioni più lontane. I nomi dei sovrani vichinghi ci sono conosciuti solo per la parte finale dell’epoca vichinga, e solo dopo la fine di quest’ultima si ha uno sviluppo in nazioni indipendenti dei paesi scandinavi da cui i Vichinghi avevano avuto origine
Si sono avuti ritrovamenti archeologici che sembrano mostrare che i Vichinghi abbiano raggiunto la città di Bagdad, anche se l’insediamento di colonie in Medio Oriente non ebbe la fortuna che ebbe in altre parti d’Europa a causa del forte potere centralizzato delle dinastie degli Omayyadi e Abbasidi.[2]
Il declino
Dopo aver sviluppato commerci e insediamenti, dall’Europa giunsero ai Vichinghi numerosi impulsi culturali. Il Cristianesimo cominciò a diffondersi in Scandinavia e, insieme alla crescita di un forte potere centralizzato e al rinforzarsi delle difese nelle zone costiere dove i Vichinghi erano soliti compiere saccheggi, le spedizioni predatorie divennero sempre meno profittevoli e sempre più rischiose. Esse cessarono completamente nell’XI secolo, con l’ascesa di re e grandi famiglie nobili e di un sistema quasi feudale; dopo l’anno 1000 infatti le cronache riportano di battaglie condotte dagli scandinavi “contro” popolazioni vichinghe del Baltico, fatto che avrebbe portato alla partecipazione di Svezia e Danimarca alle Crociate del Nord e allo sviluppo della Lega Anseatica.[3]
Testimonianze storiche
Un’immagine composita fatta di diverse parti della pietra runica di Ledberg, con illustrazioni di quelli che probabilmente sono Variaghi nell’Impero Bizantino e una nave bizantina
Il primo saccheggio vichingo di cui si abbia notizia è del 787 quando, secondo la Cronaca anglosassone, un gruppo di uomini provenienti dalla Norvegia giunse via mare all’Isola di Portland, nel Dorset. In quell’occasione essi vennero scambiati per mercanti da un rappresentante del re, che venne assassinato quando egli cercò di portarli dal suo sovrano per pagare la tassa sui beni che dovevano essere commerciati.
Il successivo attacco di cui abbiamo una registrazione storica è dell’8 giugno 793, a un monastero a Lindisfarne, sulla costa orientale dell’Inghilterra. Per tutti i successivi 2 secoli la storia europea è fitta di attacchi e saccheggi compiuti dai Vichinghi in ogni parte del continente: la maggior parte delle testimonianze viene da cronisti occidentali o dai loro discendenti, ma una parte non indifferente viene da testimoni orientali, numerose cronache che spaziano in tutte le terre toccate da queste popolazioni nordiche, fino al Mar Mediterraneo, al Medio Oriente e al Mar Caspio.
È da notare come le nazioni celtiche (cioè la Scozia, l’Irlanda, il Galles, la Bretagna e la Cornovaglia, le prime nell’865 e l’ultima nel 722) decisero di allearsi ai Vichinghi nelle loro battaglie contro gli Anglosassoni. Da ciò alcuni credono che derivi l’orgoglio di queste popolazioni per quello che è visto come il loro retaggio vichingo.
Adamo da Brema scrive nel suo libro Gesta Hammaburgensis Ecclesiae Pontificum (volume quarto):
(LA)
« Aurum ibi plurimum, quod raptu congeritur piratico. Ipsi enim piratae, quos illi Wichingos as appellant, nostri Ascomannos regi Danico tributum solvunt. » (IT)
« C’è molto oro qui [in Selandia], accumulato dalla pirateria. Questi pirati, che sono chiamati wichingi dal loro stesso popolo e Ascomanni dal nostro, pagano un tributo al re di Danimarca. »
(Adamo da Brema)
L’espansione vichinga
Inghilterra
Il Danelaw, in giallo
Secondo la già citata Cronaca anglosassone, dopo l’attacco del 793 i Vichinghi continuarono a compiere saccheggi su piccola scala in tutta l’Inghilterra per i decenni successivi, soprattutto nelle coste settentrionali e occidentali. Ciò fu reso possibile dalle famose imbarcazioni utilizzate dai Vichinghi; si crede anche che essi prestassero molta attenzione alla pianificazione degli attacchi, in modo da poter ottenere il massimo risultato anche con piccoli gruppi di guerrieri.
Durante l’inverno compreso fra gli anni 840 e 841 le popolazioni inglesi vennero colte di sorpresa da saccheggi compiuti da vichinghi norvegesi (che normalmente venivano effettuati durante l’estate), che si erano posti in attesa su alcune isole al largo delle coste irlandesi.
Nell’865 giunse sulle coste orientali dell’Inghilterra un grande esercito, presumibilmente guidato da Ivar, Halfdan e Guthrum. Essi conquistarono la città di York (che chiamarono Jorvik) e una parte di loro si insediò là per coltivare la terra. La maggior parte dei regni inglesi stava all’epoca affrontando tumulti interni e non poteva in alcun modo contrastare l’attacco vichingo. L’unico che riuscì ad arrestare l’avanzata fu Alfredo il Grande, che rimase indipendente dalla conquista e, insieme ai suoi successori, riguadagnò terreno fino a riprendere York.
Una nuova ondata di Vichinghi apparve in Inghilterra nel 947, quando Eric I di Norvegia riconquistò York. L’espansione vichinga in Inghilterra continuò a opera di Sweyn I di Danimarca, detto barba forcuta, e di suo figlio Canuto il Grande (1016 – 1035), dopo di che una serie di problemi di ereditarietà indebolì la famiglia regnante. I Vichinghi comunque restarono in Inghilterra fino al 1066, quando i norvegesi persero la loro ultima battaglia, quella di Stamford Bridge.
Benché temutissimi da tutte le popolazioni costiere, non sempre ai Vichinghi andò bene: le cronache narrano di un episodio in cui una piccola flotta attaccò un ricco monastero a Jarrow, dove essi incontrarono molta più resistenza di quanto non se ne potessero aspettare. I comandanti delle navi vennero uccisi e l’equipaggio riuscì a scappare solo per arenarsi a Tynemouth, dove vennero sterminati dalla popolazione locale. Questo fu uno degli ultimi raid in Inghilterra per i successivi 40 anni: i Vichinghi preferirono focalizzare la loro attenzione sull’Irlanda e sulla Scozia.
Irlanda
I Vichinghi condussero numerosi raid in Irlanda, isola in cui fondarono anche alcune città, tra cui Dublino. In alcune occasioni gli scandinavi erano sul punto di conquistare l’intera isola, ma dovettero sempre fare i conti con le popolazioni autoctone. La letteratura e gli stili decorativi dell’intero Arcipelago britannico riflettono la cultura vichinga. Essi resero le città irlandesi fiorenti mercati, in cui importavano merci da Inghilterra, Persia, Bisanzio e Asia centrale. Dublino in particolare divenne così popolosa che durante l’XI secolo alcune case dovettero essere costruite al di fuori della cinta muraria.
I Vichinghi saccheggiarono alcuni monasteri della costa occidentale irlandese nel 795, da cui poi si sparsero per tutta la costa, soprattutto a nord e a est. Durante i primi 40 anni le scorrerie venivano compiute da piccoli gruppi, ma dall’830 in avanti le flotte erano composte da numerose navi e uomini e si spinsero sempre più all’interno dell’isola, approfittando della presenza di acque navigabili. A partire dall’841 i Vichinghi si stabilirono permanentemente nell’isola (Dublino è la città vichinga che ha avuto maggior successo in Irlanda, fondata nell’838 come avamposto sull’estuario del fiume Liffey); in tale anno, infatti, stabilirono un accampamento nell’area di Dublino, potendo così rimanere in Irlanda durante l’inverno, invece di dover attraversare nuovamente il mare per tornare in Scandinavia. Poco più tardi, fra il IX e il X secolo, i Vichinghi commemorarono il luogo dove avevano effettuato il primo approdo con un monumento, noto come Long Stone (la “pietra lunga”), alto quattro metri, sopravvissuto fino al XVIII secolo.[4]
Gli irlandesi si abituarono alla presenza vichinga, e in alcuni casi le due popolazioni si allearono contro nemici comuni, con matrimoni misti.
Dopo la Battaglia di Clontarf del 1014, vinta dall’esercito di Brian Boru, i Vichinghi arrestarono le loro scorrerie in Irlanda e si limitarono alla pesca e ai commerci. La letteratura sia irlandese che vichinga descrive questa battaglia come uno scontro combattuto da forze naturali e soprannaturali, come demoni, goblin, stregoni e Valchirie, il cui canto poteva decidere chi poteva vivere e chi doveva morire.
Scozia
Benché ci siano poche testimonianze del periodo precedente, è chiaro che a partire dagli anni ’30 del IX secolo ci fu una forte presenza scandinava in Scozia. Nell’839 un grande esercito vichingo (probabilmente norvegese) invase la valle del fiume Tay, una zona di altissima importanza per il regno dei Pitti. Gli invasori ne sterminarono il re Eoganan, il fratello e gran parte dell’aristocrazia, il che causò il crollo del regno pitto. A questo evento viene tradizionalmente attribuita, come conseguenza, la nascita del Regno di Scozia, per opera di Kenneth MacAlpin.
Le isole a nord e a ovest della Scozia vennero fortemente colonizzate dai Vichinghi norvegesi. Le Shetland, le Orcadi, le Ebridi Esterne, Caithness e Sutherland erano tutte sotto il controllo norvegese, a volte diretto e a volte come entità indipendenti. Le Shetland e le Orcadi sono stati gli ultimi di questi possedimenti a essere reincorporati nel Regno di Scozia, nel 1486.
Galles
Il Galles non venne colonizzato dai Vichinghi così fortemente come l’Irlanda e l’Inghilterra orientale. Essi si insediarono comunque nel sud del paese, a St David’s, Haverfordwest e Gower, fra le altre zone. Nomi come Skokholm, Skomer e Swansea portano essi stessi la testimonianza di un passato in cui i Vichinghi erano presenti, anche se essi non riuscirono mai a conquistare il Galles o a costituire un loro regno indipendente, sia a causa della potenza dei re gallesi che a causa del fatto che l’aristocrazia, al contrario di ciò che avvenne in Scozia, rimase pressoché integra.
Gallia
La Gallia occidentale e i Paesi Bassi soffrirono maggiormente dell’invasione vichinga del IX secolo rispetto alla Gallia orientale. Il periodo di regno di Carlo il Calvo, già ritenuto militarmente inetto, coincise con alcune delle peggiori incursioni vichinghe del paese, cosa che ebbe come conseguenza l’Editto di Pistres dell’864, con cui veniva istituita una forza di cavalleria sotto il controllo diretto del re che aveva il potere di intervenire in qualunque momento per respingere gli invasori. Oltre a ciò egli ordinò la costruzione di edifici e ponti fortificati lungo il corso dei fiumi per prevenire razzie in regioni interne.
Ciò nonostante, i bretoni si allearono coi Vichinghi e ciò causò la morte, alla Battaglia di Brissarthe dell’865, sia di Roberto il Forte che di Ranulfo I d’Aquitania. I Vichinghi non esitarono ad avvantaggiarsi della guerra civile che devastava il Ducato d’Aquitania durante i primi anni del regno di Carlo; negli anni ’40 Pipino II li chiamò in aiuto contro il re e loro si insediarono alla foce della Garonna.
Dopo altri scontri e sanguinose battaglie Carlo il Semplice, col Trattato di Saint-Clair-sur-Epte del 911, stabilì che essi si potessero stabilire a Rouen, fondando quella che sarebbe diventata la Normandia, un bastione contro l’invasione di ulteriori popolazioni vichinghe.
Penisola iberica
Dalla metà del IX secolo si ha notizia di attacchi vichinghi contro il Principato delle Asturie, nell’estremo nord della Penisola iberica, anche se le fonti storiche sono troppo scarse per capire quanto frequenti questi attacchi fossero. Durante il regno di Alfonso III di León i Vichinghi soffocarono le vie di comunicazione marittima tra la Galizia e il resto d’Europa, cosa che cercò di essere contrastata mediante la costruzione di fortificazioni lungo le coste.
A partire dal X secolo si verificarono numerosi saccheggi di monasteri e uccisioni di alti prelati, sia nel nord della Spagna che nell’odierno Portogallo, cosa che durò circa un secolo. Nel sud islamico i califfi ebbero a che fare con razzie vichinghe fin dall’844, cosa che provocò l’immediato allargamento di porti (come quello di Siviglia) e la costruzione di forti flotte di contrasto, con alterni successi per tutto il X secolo. A partire dal secolo successivo, comunque, il “monopolio” della pirateria passò ai Saraceni.
Spiegazione dell’espansione
Una mappa che mostra le regioni in cui si insediarono gli scandinavi nell’ottavo (rosso scuro), nono (rosso), decimo (arancione) e undicesimo secolo (giallo). Il verde indica quelle zone soggette a frequenti incursioni da parte dei Vichinghi.
Il perché dell’inizio dell’espansione vichinga è un argomento ampiamente dibattuto fra gli storici, anche se non si è ancora arrivati a risposte univoche.
Una teoria parla del fatto che le terre d’origine dei Vichinghi divennero sovrappopolate: una popolazione in crescita e un’agricoltura inefficiente a supportarne il peso potrebbero aver causato una carenza di terreni, sia coltivabili che abitabili. Per un popolo che vive in zone costiere, esperto di navigazione, poteva sembrare ovvio tentare un’espansione in territori oltre-mare. Un problema di questa teoria è che non è stato provato nessun aumento della popolazione o calo di produzione agricola con conseguente carenza di risorse.
Questa teoria è ampiamente accettata come una parte della soluzione del problema, essendo difficile immaginare la ragione per cui un popolo dovrebbe cercare di colonizzare nuovi territori lontani se non mancano terre vicino a quello d’origine; tuttavia, non si danno spiegazioni sullo sviluppo delle spedizioni di commercio e saccheggio, come sul perché si sia preferito cercare territori in terre lontane piuttosto che colonizzare l’enorme entroterra scandinavo, composto prevalentemente di foreste quasi completamente disabitate.
Un’altra teoria sostiene che i Vichinghi sfruttarono le temporanee debolezze delle regioni in cui viaggiarono. Per esempio, i Vichinghi danesi erano perfettamente a conoscenza delle divisioni interne dell’Impero di Carlo Magno, che iniziarono negli anni ’30 e terminarono con la separazione dell’impero in 3 entità distinte. Anche le spedizioni in Inghilterra hanno sfruttato le dispute interne dei diversi regni inglesi.
Il declino delle antiche rotte commerciali può anch’esso essere una parte della soluzione. Il commercio fra l’Europa occidentale e il resto dell’Eurasia calò drasticamente con la fine dell’Impero romano nel V secolo e con l’espansione dell’Islam nel VII secolo. All’epoca dei Vichinghi il commercio attraverso il Mar Mediterraneo era ai suoi minimi livelli. Commerciando, per esempio, pellame e schiavi in cambio di argento e spezie con gli Arabi, e commerciando poi nuovamente questi beni coi Franchi in cambio di armi, i Vichinghi agirono come intermediari prendendo il posto che era dei commercianti mediterranei.
Per quanto riguarda il commercio, un altro fattore importante è la distruzione della flotta frisa da parte dei Franchi: questo diede ai Vichinghi l’opportunità di prendere il loro posto nei mercati.
Tutto ciò comunque spiega come l’espansione vichinga poté essere possibile, ma non perché essa cominciò. In risposta a quest’ultimo interrogativo alcuni prendono in considerazione un’altra possibilità: essa potrebbe essere stata la conseguenza della resistenza alla cristianizzazione forzata della Scandinavia (in particolare Carlo Magno perseguitò duramente tutte le popolazioni pagane, che dovevano accettare la conversione o il massacro). Ciò può spiegare anche il perché della particolare ferocia che i Vichinghi mostrarono sempre nei confronti degli edifici cristiani, non solo saccheggiati ma spesso profanati.
Religione
I Vichinghi veneravano molti dei e dee; i tre principali erano Odino, Thor e Freyr. Essi avevano forma umana e possedevano diverse combinazioni con delle qualità che i Vichinghi ammiravano, nonché alcuni dei loro difetti. Le avventure e i problemi di tali dei erano la base di diversi miti e leggende, che servivano per illustrare come un vichingo doveva, o non doveva, comportarsi.
Odino era il capo degli dei e il dio della saggezza. Due corvi imperiali, Hugin (pensiero) e Munin (memoria), raccoglievano informazioni per suo conto.
Thor era il figlio di Odino e il dio più venerato. Egli proteggeva gli umani da ogni male. Il suo nome significa tuono, il cui suono rombante annunciava il passaggio del suo cocchio attraverso il cielo. I fulmini erano le scintille scagliate dal suo martello, Mjöllnir.
Freyr era il dio della fertilità, che aiutava a garantire buoni raccolti e bambini sani e forti. A lui venivano sacrificati il cinghiale e lo stallone, simboli di virilità. Freyr aveva una sorella gemella, Freyia, che era la sua controparte femminile.[4]
Tombe
I Vichinghi credevano nella vita dopo la morte e ritenevano di poter portare con sé i propri beni nell’aldilà. Gli scavi nella parte ovest di Dublino hanno rivelato scheletri di uomini sepolti con spade, scudi e coltelli di loro appartenenza, mentre le donne venivano sepolte con oggetti quali spille e gioielli. Le tombe non sono molto profonde, pertanto in origine potrebbero essere state coperte da cumuli di terra, come quello che esisteva a Hoggen Green, vicino al Trinity College, fino al 1646. Il nome Hoggen deriva da hagur, il termine in antico norreno per “tumulo”.[4]
I Vichinghi utilizzavano diverse modalità di sepoltura. Alcune persone importanti o benestanti venivano sepolte in una nave insieme ai loro beni, quali cavalli, mobilia e addirittura servitori. A volte la nave con il corpo del deceduto veniva incendiata prima di essere ricoperta con un cumulo di terra. Le sepolture di questo tipo di dimensioni si trovano in Scandinavia, ma alcune versioni minori sono state rinvenute nelle isole della Scozia e sull’Isola di Man.[4]
Vi sono numerosi siti sepolcrali associati con popolazioni vichinghe. Queste tombe non solo forniscono informazioni riguardo alla religione vichinga, ma forniscono anche una notevole quantità di dati sulla loro struttura sociale. Gli oggetti sepolti insieme al corpo ci danno inoltre indicazioni su ciò che era considerato importante possedere nella vita post-mortem.[5] In particolare, sono disponibili molte informazioni sulle loro armi.
Numerose sepolture sono state associate alla civiltà vichinga, per esempio:
• Gettlinge gravfält, Öland, Svezia;
• Jelling, Danimarca, un sito Patrimonio dell’umanità dell’UNESCO;
• Oseberg, Norvegia;
• Gokstad, Norvegia;
• Tune, Svezia;
• Hulterstad gravfält, vicino ai villaggi di Alby e Hulterstad, Öland, in Svezia.
Le pietre runiche
La maggior parte delle iscrizioni runiche dell’epoca vichinga viene dalla Svezia, specialmente dal X e dall’XI secolo. Molte pietre registrano la partecipazione di persone alle spedizioni vichinghe, mentre altre pietre registrano la morte di persone che avevano partecipato a queste spedizioni. Tra queste, le 25 pietre runiche di Ingvar, nel distretto svedese di Mälardalen, erette per commemorare i membri di una spedizione disastrosa nell’odierna Russia agli inizi dell’XI secolo. Le rune sono un’importante testimonianza per lo studio non solo della società vichinga, bensì dell’intera popolazione scandinava medievale.
Le pietre runiche attestano i viaggi dei Vichinghi in luoghi sparsi in tutto il mondo allora conosciuto, come Bath, la Grecia, la Persia, Gerusalemme, l’Italia (conosciuta come Langobardland), Londra, Saerkland (vale a dire il mondo musulmano), l’Inghilterra e varie altre località dell’Europa orientale.
Armi
Poiché i Vichinghi seppellivano le armi insieme al loro proprietario, sono disponibili molte informazioni sulle armi utilizzate da essi. Le spade, solitamente a impugnatura singola e a doppio taglio, sembrano essere state l’arma preferita dei Vichinghi. Venivano realizzate in ferro bordato con acciaio, pesavano circa un chilogrammo ed erano lunghe circa 90 centimetri. Le spade vecchie venivano considerate superiori perché si riteneva fossero state “temprate” dal sangue; si credeva, inoltre, che avessero poteri magici. Spesso alle spade veniva dato un nome, come “Serpe” o “mordigamba”.[4]
Fra le altre armi rinvenute nelle tombe vichinghe vi sono asce e due tipi di lance: una leggera per il lancio e una più corta per trafiggere nei combattimenti ravvicinati. Si ritiene che alcuni guerrieri avessero una particolare abilità con l’arco, ma esso non sembra essere stato un’arma comune di quel popolo.[4]

Le saghe
La Mitologia norrena, le saghe nordiche e l’antica letteratura norrena ci narrano della religione vichinga attraverso le imprese di eroi mitologici, benché la trasmissione della maggior parte di queste informazioni sia stata fondamentalmente orale fino a che non venne messa per iscritto da autori cristiani, come gli islandesi Snorri Sturluson, nella sua Edda in prosa e Sæmundur fróði, nella sua Edda poetica. Molte di queste saghe vennero scritte e conservate in Islanda durante tutto il Medioevo, a causa dell’interesse di quella popolazione per le saghe norrene e i codici legislativi.
I Vichinghi in queste saghe sono descritti come uomini che attaccavano spesso luoghi facilmente accessibili e debolmente difesi, spesso senza subire conseguenze. Le saghe fanno capire anche che i Vichinghi erano abili artigiani e commercianti e che costruirono numerose colonie.
Le navi
Miniature dei due diversi tipi di navi vichinghe, in mostra al Vikingeskibsmuseet di Roskilde, in Danimarca.
Le navi vichinghe venivano costruite secondo la tecnologia più avanzata dell’epoca e fornivano ai navigatori notevoli vantaggi sui rivali. I Vichinghi avevano sviluppato tecniche di progettazione e costruzione che consentivano di realizzare navi che non solo erano veloci, ma potevano navigare in acque basse e attraccare praticamente ovunque. Potendo fare a meno dei porti, l’esplorazione diveniva molto più semplice e con essa l’espansione in nuovi territori, nonché il commercio con piccoli insediamenti sulle coste e lungo i fiumi.[4]
Poiché le navi erano dotate di remi, i Vichinghi non dovevano affidarsi esclusivamente ai venti favorevoli. Ciò costituiva un enorme vantaggio quando si dovevano effettuare manovre in fiumi stretti, in battaglie navali, e nelle fughe impellenti. Gli scafi delle navi vichinghe erano composti di assi sovrapposte collegate le une alle altre; in tal modo era possibile realizzare una superficie esterna solida e leggera ed era sufficiente un telaio meno pesante. Inoltre, tale costruzione ad assi sovrapposte creava un effetto aliscafo. Con il movimento veloce in acqua, lo scafo si sollevava verso l’esterno, riducendo così la resistenza e aumentando ulteriormente la velocità. Oltre a essere più veloci, queste navi leggere potevano anche essere agevolmente trasportate sulle strisce di terra fra due fiumi. Questa caratteristica ebbe un ruolo fondamentale nella realizzazione delle vie commerciali che i Vichinghi stabilirono attraverso la Russia, fino al Mar Nero e al Medioriente.[4]
Vi erano due diversi tipi di imbarcazioni vichinghe: le drakkar e le knarr. Le prime, utilizzate per le esplorazioni e le guerre, erano studiate per essere veloci e maneggevoli, ed erano equipaggiate con remi per renderle indipendenti dalla presenza o meno del vento. I drakkar avevano uno scafo lungo e stretto e un basso pescaggio, per facilitare lo sbarco di truppe in acque basse. Le knarr invece erano navi mercantili, più lente ma con una maggior capacità di carico, disegnate con uno scafo corto e largo e un profondo pescaggio. Sulle knarr non erano previsti rematori.
A Roskilde si trovano i resti di cinque navi vichinghe in ottimo stato di conservazione, recuperate dal vicino fiordo alla fine degli anni sessanta. Le navi si trovavano là nell’XI secolo per difendere la navigazione del canale e proteggere la città, che all’epoca era la capitale della Danimarca, dagli attacchi dal mare. Queste cinque navi rappresentano sia le drakkar sia le knarr.
Falsi miti
Altezza
Esiste una credenza popolare che asserisce come i Vichinghi fossero uomini grandi e grossi. Ahmad ibn Fadlan e molti altri autori europei coevi dicono che i Vichinghi erano di alta statura. Sono stati condotti studi moderni che mostrano come i Vichinghi avevano una statura media compresa fra i 168 e i 176 centimetri. Un’altezza grossomodo simile a quella degli anglosassoni loro contemporanei, leggermente superiore ai franchi e ai germani di quei tempi e nettamente superiore ai mediterranei. I Vichinghi di maggior rango erano più alti dei propri sudditi (fatto probabilmente dovuto a una migliore alimentazione). La differenza si faceva sentire nel Medioevo, in un’epoca in cui le battaglie si combattevano corpo a corpo tale maggiore prestanza fisica era grossomodo equivalente a ciò che è una maggiore potenza di fuoco in un esercito moderno, questo fatto potrebbe essere spiegato con fattori genetici e una migliore alimentazione.
Elmi con le corna
A parte due o tre rappresentazioni di elmi rituali con protuberanze che assomigliano a corvi stilizzati, serpenti o corna, non è stato trovato alcun dipinto né alcun elmo vichingo che abbia le corna. Infatti lo stile di guerra degli antichi Vichinghi (in formazione compatta o a bordo delle navi) avrebbe reso un tale elmo molto pericoloso per i guerrieri della propria parte. Si può quindi escludere che i guerrieri vichinghi avessero elmi muniti di corna, ma resta incerto il fatto se ne esistessero per scopi religiosi o rituali.
L’errore comune degli elmi con le corna venne promulgato dagli scrittori svedesi del XIX secolo, che volevano promuovere l’antica mitologia norrena come forma idealizzata di antico coraggio e orgoglio delle popolazioni scandinave. Probabilmente ciò venne ripreso dagli elmi dell’Età del bronzo, di 2.000 anni prima, che erano muniti di corna (probabilmente per scopi religiosi) e vennero effettivamente trovati.[6]
Il tipico elmo vichingo era conico, fatto di cuoio con rinforzi in legno e metallo per le truppe regolari; i capitani avevano invece un elmo di ferro, con maschera e corazza a maglia.
Feroci saccheggiatori
Nonostante l’immagine di feroci saccheggiatori che vivono per depredare, il cuore della società vichinga era basato sulla reciprocità, sia a livello personale e sociale che a livello politico. I Vichinghi vissero in un’epoca in cui molte società si macchiarono di atti violenti, e le azioni degli scandinavi, poste nel contesto storico, non sono così feroci come sembrano oggi, per esempio se confrontati ad azioni come quella di Carlo Magno, che fece uccidere migliaia di Sassoni (capeggiati da Vitichindo) a Verden (si stima circa 4500) dopo una loro rivolta particolarmente devastante[7]. I Vichinghi erano spesso commercianti; alcuni di essi si lasciarono andare ai saccheggi, soprattutto di monasteri britannici, in quanto questi custodivano spesso oggetti d’oro e argento o comunque di valore.
Ciò non toglie che effettivamente i Vichinghi terrorizzavano chiunque fosse da loro assaltato; spesso trucidavano la popolazione locale, depredando tutti i beni e il bestiame, schiavizzavano i bambini e le donne, a volte commettevano infanticidio, secondo le loro usanze belliche.

Teschi come tazze
L’uso di teschi umani come tazze da cui bere è privo di fondamento. L’origine di questo mito sembra risalire al 1636, quando nel Runer seu Danica literatura antiquissima si tradusse una frase che parlava di guerrieri che bevevano ór bjúgviðum hausa (dai curvi rami dei teschi, cioè dalle corna) con ex craniis eorum quos ceciderunt (cioè dai crani di coloro che uccisero).
Sudiciume
L’immagine di sporchi, selvaggi dai capelli lunghi che a volte è associata con i Vichinghi nella cultura popolare, è una totale distorsione della realtà. I resoconti relativi ai Vichinghi che ci sono pervenuti sono stati scritti da autori non-scandinavi, ed è quindi possibile che ci sia un certo margine d’errore.
Questa abitudine venne probabilmente causata dall’incomprensione verso il paganesimo dei Vichinghi. Le loro abitudini vennero spesso travisate e mal riportate, e il lavoro di Adamo da Brema, tra gli altri autori, riporta storie difficilmente credibili.[8]
Comunque oggi si sa che i Vichinghi usavano una serie di oggetti per l’igiene personale come pettini, pinzette, rasoi o speciali “cucchiaini” per le orecchie. In particolare, negli scavi archeologici compiuti in antichi insediamenti vichinghi i pettini sono fra gli oggetti trovati più spesso. I Vichinghi producevano anche sapone, usato sia per la pulizia personale che per schiarirsi i capelli (essendo tale sapone caratterizzato da elevata basicità), dal momento che nella cultura vichinga i capelli biondi o rossi erano l’ideale. Secondo recenti studi, è emerso che lo schiarirsi i capelli, comportamento usuale per gli uomini vichinghi, non venisse praticato invece dalle donne.
In Inghilterra i Vichinghi ebbero la reputazione di uomini “eccessivamente puliti” a causa della loro abitudine di fare un bagno alla settimana, al sabato (al contrario di ciò che facevano i locali Anglosassoni). Per riferirsi al sabato, la lingua norrena parla di laurdag/lørdag/lördag, cioè “giorno della pulizia”. Benché il termine originale non sia più presente nella maggior parte delle lingue scandinave, in islandese “laug” significa ancora “bagno” o “pozza d’acqua” e il sabato si chiama ancora per l’appunto laugardagur.
Per quanto riguarda le popolazioni Rus’, che acquisirono una componente variaga, Ahmad ibn Rustah nota esplicitamente la loro pulizia, mentre Ahmad ibn Fadlan è disgustato dal fatto che molti uomini usino lo stesso recipiente per lavarsi il viso e soffiarsi il naso ogni mattina. Il disgusto di ibn Fadlan è probabilmente dovuto alle sue idee personali riguardo all’igiene personale e all’ideale del mondo musulmano di acqua corrente e recipiente personale, ma ciò ci fa sapere che quelle popolazioni avevano l’abitudine di lavarsi ogni mattina, cosa piuttosto rara durante il Medioevo.
Influenze nella cultura europea
Romanticismo
Il termine Vichinghi venne reso popolare, con connotazioni positive, da Erik Gustaf Geijer nel poema I Vichinghi, scritto agli inizi del XIX secolo. La parola venne riferita a navigatori-guerrieri idealizzati e romanticizzati che avevano molto poco a che fare con la realtà storica.
L’interesse rinnovato del Romanticismo per l’antico Nord ebbe implicazioni politiche: un mito che parlava di un passato glorioso e coraggioso serviva alla Svezia per dare l’impulso alla riconquista della Finlandia, persa nel 1809 con la Pace di Hamina a favore della Russia. Questo mito venne reso popolarissimo, anche grazie all’aiuto di un altro autore svedese, Esaias Tegnér, a quei tempi popolare in tutta la Scandinavia, la Germania e il Regno Unito.
Anche in Gran Bretagna l’interesse per i Vichinghi si accrebbe notevolmente nel corso del XVIII secolo, sia per merito di traduzioni delle saghe islandesi che di opere di autori locali come George Hicke, creando le basi per un morboso interesse in qualunque cosa fosse nordico, dalle pietre runiche al Danelaw. Quest’interesse raggiunse il suo apice nel periodo Vittoriano.
Nazismo
Gli ideali romantici degli eroici vichinghi erano perfetti anche per gli ideologi della supremazia della Germania nazista, esattamente come la mitologia di Richard Wagner. Organizzazioni politiche ispirate ai medesimi ideali, come il Nasjonal Samling (il partito fascista norvegese) fecero ampio uso del simbolismo e dell’immaginario vichingo nella loro propaganda.
L’eredità vichinga ebbe un notevole impatto in alcune regioni europee, specialmente nei Paesi baltici, ma non aveva nulla a che fare con la Germania. I nazisti comunque non si proclamarono discendenti di alcun antico vichingo, bensì si rifecero al fatto che i Vichinghi erano discendenti di altre popolazioni germaniche, storicamente accertato.
Ciò divenne (e per molti versi lo è tuttora) il fondamento di molta iconografia nazional socialista. Per esempio, le SS utilizzarono una lettera dell’antico alfabeto runico, come fanno attualmente anche altre organizzazioni neonaziste.
Vichinghi famosi
• Sweyn I di Danimarca, re di Danimarca e Inghilterra
• Askold e Dir, leggendari conquistatori di Kiev
• Oleg di Kiev, signore di Kiev
• Björn Fianco di Ferro, figlio di Ragnarr Loðbrók, saccheggiò l’Italia
• Brodir, vichingo danese che uccise il re d’Irlanda Brian Boru
• Egill Skallagrímsson, guerriero islandese e scaldo
• Erik il Rosso, scopritore della Groenlandia
• Leifr Eiríksson, scopritore dell’America, figlio di Erik il Rosso
• Harald Hardrada, re norvegese che venne sconfitto nel tentativo di conquistare l’Inghilterra nel 1066
• Rollone il Camminatore, vichingo norvegese capostipite dei duchi di Normandia
Ragnarr Loðbrók
Re di Svezia:
In carica seconda metà VIII secolo
Predecessore Sigurðr Hringr Successore Sigurðr ormr í auga, Eysteinn Beli
Re di Danimarca:
Nome completo Ragnarr Sigurdsson Lodbrok
Morte Northumbria
Dinastia Casato di Munsö Padre Sigurðr Hringr
Consorte Lagertha, Kráka (Aslaug) figlia di Sigurd Figli Björn “Fianco di Ferro”, Halfdan Ragnarsson, Ívarr Ragnarsson, Sigurd Occhi di Serpente e Ubbe, Ingjald il Bianco, Hrolf Ragnalvalsson
Religione norrena
La morte di Ragnar Lodbrok causata da Aelle II di Northumbria. Illustrazione pubblicata nel 1830
Ragnarr Sigurdsson, detto anche Ragnar Loðbrók (Ragnar Calzoni Villosi) (… – fine 800), , avrebbe regnato su Svezia e Danimarca nella seconda metà dell’VIII secolo; è considerato un re semi-leggendario in quanto non vi sono fonti documentali che ne attestino l’esistenza.
Ragnar acquista Kráka (Aslaug), figlia di Sigurd
Illustrazione di August Malmström.
Biografia
Secondo tradizione, questi, re dei Daner (o Dani), avrebbe unificato lo scettro di Danimarca e di Svezia sposando la figlia ed erede del re dei Visigoti. Altre fonti ritengono tuttavia anteriore l’unificazione dei due regni.
La dinastia Ivar, di probabile origine finnica, regnò dalla metà del VII alla fine dell’VIII secolo, seguita da quella dei Munsö.
Ragnar Sigurdsson funestò a lungo le coste britanniche con le sue scorrerie ma, nel corso di una di queste, avendo invaso la Northumbria, fu catturato e gettato in una fossa di serpenti. La sua morte fu comunque vendicata dai suoi figli Halfdan Ragnarsson, Ívarr Ragnarsson, Sigurd Occhi di Serpente e Ubbe che a loro volta catturarono il monarca di quella regione e lo uccisero. Ai figli si aggiunge anche Björn Ragnarsson.
Secondo alcune genealogie Ragnar Sigurdsson potrebbe essere avo di Thora Sigurdatter, figlia di Sigurd Occhi di Serpente. Questa sposò in prime nozze Helgi re di Dublino ed in seconde Ragnvald Olafsson.
Dal primo matrimonio nacque Ingjald il Bianco re di Dublino e da lui Olaf il Bianco re di Dublino, dalle seconde nozze Hrolf Ragnalvalsson che conquisterà la Neustria e, mutato il nome in quello, cristiano, di Roberto, sarà il primo duca di Normandia.
Da questi, e dunque da Ragnar, discenderanno la dinastia normanna e numerose famiglie in Francia, Inghilterra e nel sud Italia.
Opere dedicate
• Sull’episodio della morte di Ragnar è stato anche realizzato un film nel 1958 (I vichinghi) con protagonisti Ernest Borgnine nella parte di Ragnar, Kirk Douglas e Tony Curtis in quella di due dei suoi figli.
• È il protagonista della serie televisiva Vikings, prodotta a partire dal 2013 dal canale History.

Odino
Illustrazione di Georg von Rosen per la traduzione svedese dell’Edda poetica curata da Fredrik Sander nel 1893. Nome alternativo proto-germanico *Wōđanaz oppure *Wōđinaz, norreno e islandese Óðinn, faroese Óðin, danese e norvegese Odin, svedese Oden, inglese antico Wōden, sassone antico Uuoden, sassone odierno Wode, frisone Weda, tedesco Wotan, alto tedesco antico Wuotan, alemannico antico Woatan, bavarese e lingue francone Wodan, longobardo Godan o Guodan.
Gruppo Æsir, Divinità psicopompe Mitologia Mitologia norrena Luogo di culto principale Ásgarðr (regno mitologico) Iconografia
Aspetto Uomo anziano, senza un occhio
Animali corvo Protettore di sapienza, poesia, magia, guerra, caduti in battaglia
Parentele
Genitori Borr, Bestla Fratelli Víli, Vé Figli Thor, Hermóðr, Höðr, Baldr, Meili Consorte Frigg, Jörð
Odino (anche noto con il nome tedesco Wotan) è la divinità principale, personificazione del sacro o “totalmente Altro” stesso, della religione e della mitologia germaniche. Le fonti principali che permettono di delineare la figura di Odino e i miti relativi provengono principalmente dai miti scandinavi, compilati in lingua norrena (l’antenato delle lingue scandinave odierne) nell’Edda, il ramo meglio conservato nonché più recente dei miti germanici.
Nella mitologia eddica Odino è il principale della classe di divinità dette Asi, ed è associato alla sapienza (visione del sacro), all’ispirazione poetica, alla profezia e alla guerra e alla vittoria. Brandisce Gungnir, la sua lancia, e cavalca Sleipnir, il suo destriero a otto zampe, altre allegorie mitologiche dell’Irminsul o Yggdrasill (letteralmente “destriero del Terribile”), l’albero cosmico.
Figlio di Borr e della gigantessa Bestla, fratello di Víli e Vé[1], sposo di Frigg e padre di molti degli dèi, tra cui Thor (il Fulmine ordinatore), e Baldr. Spesso viene inoltre definito “Padre degli Dèi” o Allföðr, Allvater, Allfather (“Padre del Tutto”).
Secondo l’escatologia eddica Odino guiderà gli dèi e gli uomini contro le forze del caos nell’ultima battaglia, quando giungerà il Ragnarök, la fine del mondo, nel quale il dio sarà ucciso, inghiottito dal temibile lupo Fenrir, per essere immediatamente vendicato da Víðarr che ne lacererà le fauci dopo avergli piantato un piede nella gola. Un importante tempio dedicato alla triade divina di Odino sorgeva ad Uppsala, in Svezia.
Etimologia e significato
Il nome del dio in tutte le lingue germaniche deriva dalla comune radice proto-germanica *Wōđanaz oppure *Wōđinaz: norreno e islandese Óðinn, faroese Óðin, danese e norvegese Odin, svedese Oden, inglese antico Wōden, sassone antico Uuoden, sassone odierno Wode, frisone Weda, tedesco Wotan, alto tedesco antico Wuotan, alemannico antico Woatan, bavarese e lingue francone Wodan, longobardo Godan o Guodan.
L’etimologia lo connette alla radice proto-germanica *wōþuz (norreno óðr, inglese antico wōþ), che significa “furore”, “furia”, “veemenza”, “eccitazione”, “ispirazione”, ma anche “poesia”, “mente” e “spirito”. La radice imparentata nel proto-celtico è *wātus (“poesia mantica”). Radice comune hanno anche il latino vātes (“veggente”, “cantore”) e il sanscrito api-vāt- (“eccitare”, “risvegliare”, riferito ad Agni, il Fuoco) o vāt- (“soffiare”, “in-spirare”, “in-ventare”). Tutti questi termini hanno radice comune nell’indo-europeo *wāt- (“in-sufflare”, “in-fiammare”, “inspirare”). Il campo semantico del termine riconduce quindi alla sapienza e alla “vista” circa l’origine della realtà e all’ispirazione poietica, creativa che ne consegue.
W. S. W. Anson nel suo studio del 1880 Asgard and the Gods congettura che “Wuotan” era originariamente concepito come una forza cosmica puramente astratta, il cui nome originariamente faceva riferimento non tanto alla “furia” quanto primariamente a “ciò che pervade”, con il secondo elemento, “-an”, istituente il concetto come singolo principio permeante. Per Anson, “wuot-” significa ” …to force one’s way through anything, to conquer all opposition…” (“forzare il percorso dell’individuo attraverso ogni cosa, per conquistare tutte le opposizioni”) e Wuotan significa quindi “…the all-penetrating, all-conquering Spirit of Nature…” (“lo Spirito della Natura che tutto penetra e tutto conquista”). Nella sua interpretazione il nome “Wuotan” è collegato anche alla parola germanica “water” (acqua), e all’idea che esprime. Il suffisso “-an” personifica, ma non antropomorfizza, l’elemento del prefisso “wuot-” come la fonte di tutto ciò che in natura somigli al concetto che esprime.[2]
Stefan Schaffer[3] ricostruisce la radice come *Wōđunaz, costituita dal suddetto concetto *wōþuz con il suffisso *-na- (“Signore”).
La saggezza di Odino
Essendo il più antico degli dèi e il creatore del mondo e di tutte le cose, personificazione della sorgente stessa del tutto (il “totalmente Altro”), Odino è il signore della sapienza, conoscitore delle essenze più antiche e profonde. Egli conosce per primo tutte le arti e in seguito gli uomini le hanno da lui apprese. Tra i molti epiteti di Odino, parecchi si riferiscono alla sua immensa sapienza: Fjölnsviðr (“assai sapiente”), Fjölnir(“assai”), Sanngetall (“che intuisce il vero”), Saðr o Sannr (“che dice il vero”), Forni (“antico”) e Fornölvir (“antico sacerdote”), cioè conoscitore di tutte le cose dal principio.
La sapienza di Odino è conoscenza, magia e poesia al tempo stesso. Egli non solo conosce i misteri dei Nove Mondi e l’ordine delle loro stirpi, ma anche il destino degli uomini e il fato stesso dell’universo.
Odino ama disputare con creature antiche e sapienti. Sotto le mentite spoglie di Gágnraðr (“stanco del cammino”) si giocò la vita sfidando a una gara di sapienza il possente gigante Vafþrúðnir, la cui erudizione era rinomata in tutti i Nove Mondi, e dopo una serie di domande sul passato, il presente e il futuro del mondo, a cui il gigante rispose prontamente, Gágnraðr domandò allora che cosa avesse sussurrato il dio Odino a Baldr prima che questi fosse posto sulla pira. Vafþrúðnir a questo punto lo riconobbe, ma aveva ormai perso la gara.
Un’altra volta, dicendo di chiamarsi Gestumblindi (“l’ospite cieco”), il dio sfidò un re di nome Heiðrekr ad una gara di indovinelli. Dopo una serie di quesiti a cui il re rispose senza difficoltà, Odino gli pose la medesima domanda che già aveva posto a Vafþrúðnir. A quella domanda il re cercò di ucciderlo, ma il dio gli sfuggì trasformandosi in falco.

Odino osserva il corpo decapitato di Mímir. Illustrazione per il carme Sigrdrífomál nell’edizione svedese dell’Edda poetica curata da Fredrik Sander.
Odino tiene accanto a sé la testa recisa[4] di Mímir, fonte inesauribile di conoscenza che gli rivela molte notizie dagli altri mondi (Völuspá 45). In un’altra versione (Völuspá 28) dello stesso motivo mitologico, Odino si cava un occhio e lo offre in pegno a Mímir per attingere un sorso di idromele da Mímisbrunnr, la fonte della saggezza che il gigante custodisce. L’occhio di Odino rimane, quindi, nella fontana dalla quale lo stesso Mímir ne beve ogni giorno l’idromele.[5] Da quella mutilazione derivano gli epiteti di Bileygr (“guercio”) e Báleygr (“occhio fiammeggiante”).
Così nella Völuspá:
(NON)
« Ein sat hon úti,
þás enn aldni kom
yggiungr ása
ok í augu leit.
– Hvers fregnið mik?
hví freistið mín?
Alt veitk, Óðinn,
hvar auga falt
í enum mæra
Mímis brunni -;
drekkr miöð Mímir
morgin hverian
af veði Valföðrs.
Vituð ég enn eða hvat? » (IT)
« Sola sedeva di fuori
quando il vecchio giunse
Yggiungr degli Æsir
e la fissò negli occhi.
– Che cosa mi chiedete?
Perché mi mettete alla prova?
Tutto io so, Odino,
dove tu nascondesti l’occhio
nella famosa
Mímisbrunnr! –
Mímir beve idromele
ogni mattino
dal pegno pagato da Valföðr.
Che altro tu sai? »
(Edda poetica – Völuspá – Profezia della Veggente XXVII[6])
L’albero cosmico e le rune
Odino conosce i segreti delle rune, le lettere che, incise sul legno, sulla pietra, sulle lame delle spade, sulla lingua dei poeti, sugli zoccoli dei cavalli, sono l’origine stessa di ogni conoscenza e di ogni potere. Odino ottenne questa sapienza, diventando il primo Erilaz, ovvero il primo “maestro runico”, immolando sé stesso in sacrificio a sé stesso.
Infatti per apprendere l’arte delle rune e della divinazione rimase appeso a un albero per nove giorni e nove notti (quindi si identifica nell’albero cosmico Yggdrasill). Nell’Hávamál non viene citato il nome dell’albero ma si presume che sia il frassino Yggdrasill, nome che significa nientemeno che “destriero di Yggr”, dove Yggr “Terribile” è epiteto di Odino, e “destriero” è una kenning, una sorta di metafora, usata frequentemente per indicare la forca, oppure indica Sleipnir, identificando a sua volta l’albero col cavallo odinico.
Così nell’Hávamál, 139:
Odino porta il corpo di Sinfjötli nel Valhalla. Illustrazione per il carme eddico Frá dauða Sinfjötla (La morte di Sinfjötli) nell’edizione svedese del 1893.
(NON)
« Veit ek, at ek hekk
vindgameiði á
nætr allar níu,
geiri undaðr
ok gefinn Óðni,
sialfur sialfum mér,
á þeim meiði
er manngi veit
hvers af rótum renn. » (IT)
« Lo so io, fui appeso
al tronco sferzato dal vento
per nove intere notti,
ferito di lancia
e consegnato a Odino,
io stesso a me stesso,
su quell’albero
che nessuno sa
dove dalle radici s’innalzi. »
(Edda poetica – Hávamál – Il Discorso di Hár CXXXVIII[6])
Al canto 142 invece si trova questa dissertazione:
(NON)
« Rúnar munt þú finna
ok ráðna stafi,
miök stóra stafi,
miök stinna stafi,
er fáði fimbulþulr
ok gerðu ginnregin
ok reist Hroftr rögna. » (IT)
« Rune tu troverai
lettere chiare,
lettere grandi,
lettere possenti,
che dipinse il terribile vate,
che crearono i supremi numi,
che incise Hroftr degli dèi. »
(Edda poetica – Hávamál – Il discorso di Hár CXLII[6])
Odino, dio della guerra
Fra le tante figure di divinità guerriere della mitologia norrena, Odino si distingue per essere Sigrföðr (“padre della vittoria”), perché decide nelle battaglie a chi debba andare la vittoria, e Valföðr, (“padre dei caduti”), perché sono suoi figli adottivi tutti coloro che cadono in battaglia. Con questi due nomi egli distribuisce in battaglia la vittoria e la morte: entrambi doni graditi ai guerrieri.
Odino è anche il guerriero per eccellenza, che combatte con le sue arti magiche. Molti dei suoi epiteti ricordano questo suo aspetto bellicoso: egli è detto Gunnarr (“signore della battaglia”), Göllnir (“[colui che] è nel frastuono”), Þróttr (“forte”), Atriðr (“[colui che] cavalca in battaglia”), Fráríðr (“[colui che] avanza cavalcando”).
L’infallibile lancia che egli regge in pugno, che gli è stata donata dai nani “figli di ĺvaldi”, si chiama Gungnir. Con quella lancia egli iniziò la prima guerra nel mondo, il conflitto tra Æsir e Vanir. Da allora, alla vigilia delle battaglie la rivolge verso la schiera alla quale ha decretato la sconfitta. Egli è detto perciò Dörruðr (“[colui che] combatte di lancia”), Dresvarpr (“[colui che] scaglia la lancia”), Geirloðnir (“[colui che] invita con la lancia”), Biflindi (“[colui che] scuote la lancia”). Odino possiede anche un elmo d’oro, per cui è detto Hjálmberi (“[colui che] porta l’elmo”).
Odino appare tremendo ai nemici, poiché è esperto nell’arte della trasformazione. Ha in guerra il potere di accecare, assordare o atterrire i nemici, di scatenare il terrore nelle schiere, di rendere le armi inette a ferire come semplici ramoscelli. Nessuno può scagliare così forte una lancia nella mischia senza che lui riesca a fermarla con un solo sguardo. Le sue capacità guerriere hanno una base magica, in quanto dipendono dalla sua conoscenza delle rune e degli incantesimi. Il dio stesso lo ammette nell’Hávamál 148:
(NON)
« Það kann ek þriðia:
ef mér verðr þörf mikil
hafts við mína heiftmögu,
eggiar ek deyfi
minna andskota,
bítat þeim vápn né velir. » (IT)
« Questo conosco per terzo:
se ho grande urgenza
di incatenare i miei nemici,
io spunto le lame
dei miei avversari:
non mordono più armi né bastoni. »
(Edda poetica – Hávamál – Il discorso di Hár CXLVIII[6])
Lui stesso sceglie chi proteggere nella mischia, infatti nella Saga degli Ynglingar 2 si dice che Odino era solito imporre le mani sul capo dando la benedizione (bjának), e i suoi devoti guerrieri erano certi di ottenere la vittoria. Mediante questa pratica venivano infusi di energie divine, che garantivano l’invulnerabilità e la certezza di uscire sano e salvo dalla battaglia.
L’uccisione di Odino da parte di Fenrir in un francobollo faroese.
(NON)
« Þat kann ek it ellifta:
ef ek skal til orrustu
leiða langvini,
und randir ek gel,
en þeir með ríki fara
heilir hildar til,
heilir hildi frá,
koma þeir heilir hvaðan. » (IT)
« Questo conosco per undicesimo:
se io devo in battaglia
condurre vecchi amici.
sotto gli scudi io canto
ed essi vanno vittoriosi
salvi alla mischia,
salvi dalla mischia:
dovunque salvi giungono. »
(Edda poetica – Hávamál – Il discorso di Hár CLVI[6])
Quelli a lui devoti confidano in lui e lo invocano come Sigföðr (“padre di vittoria”), Sighöfundr (“giudice di vittoria”), Sigtýr (“dio di vittoria”), Sigþrór (“proficuo nella vittoria”), Sigrunnr (“albero di vittoria”) e via dicendo. La tradizione riporta molti esempi di guerrieri che innalzarono sacrifici e invocazioni a Odino per ottenere il successo in battaglia.
Ma per gli eletti del dio ottenere la vittoria o morire gloriosamente sono due cose ugualmente desiderabili. I caduti sono a tutti gli effetti i “prescelti” del dio. Odino li accoglie come suoi figli adottivi nel Valhalla, dove essi parteciperanno all’eterno banchetto da lui presieduto. Óðinn è dunque parimenti invocato come Valföðr (“padre dei prescelti”), Valtýr (“dio dei prescelti”), Valkjósandi (“[colui che] sceglie i prescelti”), Valþögnir (“[colui che] accoglie i prescelti”) e via dicendo. Ad una veggente risvegliata dal regno dei morti, Odino si presenta come figlio di Valtamr (“aduso [alla scelta] dei prescelti”), e anche questo in verità è un suo appellativo.
È appunto in questo modo, stabilendo a chi tocchi la morte sui campi di battaglia del mondo, che il dio sceglie i suoi campioni, i quali formeranno la schiera degli Einherjar, i guerrieri destinati a formare la sua schiera e lottare al suo fianco nel giorno di Ragnarök. Essi formano l’esercito infernale di anime guidato dallo stesso Odino, che in questa guisa è detto Herföðr ed Herjaföðr (“padre della schiera”), Hertýr (“dio della schiera”), Herjann (“[signore della] schiera”) ed Herteitr (“lieto della schiera”).
Legati al culto di Odino erano le congregazioni dei guerrieri estatici, gli úlfheðnar e i berserkr, (letteralmente “lupi mannari” e i “vestiti d’orso”), i quali, prima della battaglia, entravano in uno stato di furia, detto berserksgangr, nel quale cominciavano a ringhiare, sbavare e a mordere l’orlo degli scudi. Successivamente si gettavano in battaglia urlando, mulinando spade e scuri, facendo il vuoto tutto intorno, insensibili al dolore e alla fatica, per poi crollare esausti.
Odino era anche conosciuto come “signore degli impiccati”. Fonti primarie[7] affermano che ogni nove anni al tempio di Uppsala si svolgeva un solenne blót (un sacrificio pubblico) nel quale venivano sacrificati al dio schiavi, criminali ed esemplari maschi di animali. Il sacrificio avveniva appendendo o impiccando le vittime a degli alberi, rievocando il sacrificio che il dio compì per ottenere le rune.
Nella leggenda popolare Odino è alla testa della caccia selvaggia, un corteo notturno che terrorizza coloro che malauguratamente lo incontrano.
Odino, dio della poesia
Il furore spirituale, di cui Odino è il dio, non si manifesta solo nella battaglia, ma anche nelle composizioni letterarie. Per questo Odino è anche il dio dei poeti.
Si narra che parlasse sempre in versi e anche che fu lui a dare inizio nel nord dell’Europa all’arte della poesia, che è potere soprannaturale non lontano dalla stessa magia, perché tra le qualità di poeta, vate, profeta e mago non vi è sostanziale differenza.
Odino rubò ai giganti il sacro idromele che oltre a donargli la conoscenza delle rune, gli donò anche l’arte poetica. Si dice che versò parte di quell’idromele sulla Terra, elargendo agli esseri umani il dono inestimabile del canto.

Odino, dio della magia
In quanto patrono della magia, Odino pratica spesso il seiðr, una pratica estatica e di divinazione che può implicare anche comportamenti giudicati ambigui o vergognosi[8]. Il fratellastro Loki, nella Lokasenna, lo accusa per questo di avere “modi effeminati”.

Odino, il dio viandante

Odino in sella a Sleipnir. Illustrazione di Ólafur Brynjúlfsson dal manoscritto islandese del XVIII secolo Sæmundar og Snorra Edda[9].
Con un cappellaccio in testa e un mantello sulle spalle, a volte reggendosi alla sua lancia come ad un bastone, Odino viene dipinto come un dio viandante, che cammina per le vie del mondo. Onde per cui egli è detto anche Vegtamr (“viandante”), Gagnráðr (“[colui che] conosce la via”), Kjalarr (“[colui che va in] slitta”).
Egli si muove lungo le strade come un pellegrino, dissimulando il suo aspetto e la sua reale natura. Perciò egli è detto Grímnir (“mascherato”). Ma anche Höttr e Síðhöttr (“lungo cappuccio”), Lóðungr (“[colui che porta] il mantello”), Hrani (“trasandato”). Appare in genere come un uomo maturo, o anziano, con una lunga barba, per cui è detto Hárbarðr (“barba grigia”), Langbarðr (“barba lunga”), Síðgrani e Síðskeggr (“barba cadente”), Hengikjöptr (“gota rugosa”).
Odino pertanto è il dio dei viaggiatori e di tutti coloro che si muovono lungo le strade del mondo. Nel corso dei suoi viaggi capita che egli chieda ospitalità per la notte tanto nelle regge dei sovrani quanto nelle case delle persone umili. Egli è anche detto Gestr (“ospite”) e infatti in passato ogni straniero veniva accolto in casa in quanto poteva celarsi lo stesso dio sotto mentite spoglie.
Sotto il nome di Grímnir, Odino giunse come ospite presso il re Geirrøðr, il quale, sospettoso, lo torturò crudelmente tenendolo incatenato tra due fuochi divampanti. Dopo avergli rivelato i segreti del mondo divino e parte dei suoi numerosi epiteti, Odino gli rivelò infine la sua vera identità: re Geirrøðr corse a liberarlo ma inciampò sulla sua spada e cadde trafitto.
Così egli assunse il nome di Jálkr quando fu ospite presso le genti di Ásmundr; Sviðurr e Sviðrir presso il gigante Søkkmímir; Bölverkr presso il gigante Suttungr; Göndlir e Hárbarðr quando si presentò in incognito al cospetto degli stessi dèi.
Le apparizioni di Odino sono un tema caro alla tradizione nordica. Nella “Saga di Hákon Guttormr e di Ingi” è riferito che, quattro giorni prima della battaglia di Lena (1208), un fabbro ricevette la visita del dio che voleva far ferrare il suo cavallo. Rendendosi conto di avere a che fare con un personaggio soprannaturale, il fabbro gli rivolse molte domande ma il dio, comprendendo di essere stato scoperto, saltò in sella e il suo cavallo balzò oltre un recinto altissimo. Nella “Saga di Bárðr” si racconta che egli comparve all’equipaggio di una nave, nell’aspetto di un uomo guercio, con un mantellaccio azzurro, il quale disse di chiamarsi Rauðgrani. Costui cominciò a insegnare agli uomini il credo pagano e li esortò a fare sacrifici agli dèi. Alla fine un prete cristiano si infuriò e lo percosse con un crocifisso: l’uomo cadde fuori bordo e non tornò più.
Si narra che, col nome di Gestr, Odino abbia visitato persino Óláfr Tryggvason, re di Norvegia (995-1000). Il dio si presentò nelle spoglie di un vecchio guercio e incappucciato, il quale, dotato di grande saggezza, poteva raccontare storie di tutti i paesi del mondo. Ebbe un lungo colloquio col re, poi, al momento di coricarsi, se ne andò. Il mattino dopo, il sovrano lo fece cercare, ma il vecchio era scomparso. Tuttavia aveva lasciato una gran quantità di carne per il banchetto del re. Ma re Óláfr, che era cristiano, vietò di mangiare quella carne, perché aveva riconosciuto Odino sotto le spoglie dell’ospite misterioso. Con il medesimo nome di Gestr, Odino comparve ancora, alcuni anni dopo, al cospetto di un successore di Óláfr Tryggvason, re Óláfr II Haraldsson il Santo (1015-1028). Egli giunse alla corte del re sotto l’aspetto di un uomo borioso e scortese. Indossava un cappello a larghe falde che gli nascondeva il volto, e aveva una lunga barba. Nel corso di un colloquio, Gestr descrisse ad Óláfr la figura di un sovrano dei tempi passati, il quale era così sapiente che il parlare in poesia era altrettanto facile che per gli altri uomini il normale parlare; costui otteneva la vittoria in ogni battaglia e poteva concedere agli altri la vittoria così come a sé stesso, a patto che venisse invocato. Da queste parole, re Óláfr riconobbe Odino, e lo cacciò.
Genealogia
Progenitori
I genitori e i fratelli di Odino, come riportati da Snorri Sturluson nel Gylfaginning, sono:
Búri Bölþorn

Borr Bestla
Víli[1]
Vé[1]
Odino

Discendenza
Jörð
Odino Frigg

Meili
Thor
Hermóðr
Höðr
Baldr
Gríðr
Odino Rindr
Odino Gunnlöð

Víðarr
Váli
Bragi

Gli animali di Odino
Proprio all’epoca Vendel sembrano essersi ispirati sia Snorri nella Ynglinga saga (vedi Heimskringla) che il poema Beowulf quando descrivono, con i toni del mito, l’epopea e l’origine divina (discendendo direttamente da Freyr e Gerðr) del clan degli Skilfingar (Yngling), la semi-leggendaria stirpe reale svedese da cui avrebbero avuto origine i primi monarchi storici svedesi.
Odino ha al suo seguito diversi animali. Innanzitutto i due corvi Huginn e Muninn (i nomi significano pensiero e memoria), che spedisce ogni giorno in giro per il mondo perché, quando essi ritornano al tramonto, gli sussurrino ciò che hanno visto; e quindi due lupi, Geri e Freki, ai quali getta il suo cibo nelle cene del Valhalla visto che egli si nutre esclusivamente di idromele e di vino.
Così si racconta nel poema eddico Grímnismál:
(NON)
« Gera ok Freka
seðr gunntamiðr,
hróðigr Heriaföðr;
en við vín eitt
vápngöfugr
Óðinn æ lifir. » (IT)
« Geri e Freki
nutre, avvezzo alla guerra,
Heriaföðr glorioso.
Ma soltanto col vino
fiero nell’armatura,
Odino vive per sempre. »
(Edda poetica – Grímnismál – Il discorso di Grímnir XIX[6])
Il legame di Odino con i corvi può riferirsi al suo essere sia una divinità della guerra, sia della morte: i corvi sono gli uccelli che, solitamente, banchettano coi cadaveri dei campi di battaglia. Lo stesso dicasi dei lupi. Nelle kenningar, le metafore poetiche tipiche della poesia scaldica, la battaglia è sovente chiamata “festino dei corvi” o “dei lupi”.
La cavalcatura di Odino è Sleipnir, un veloce cavallo a otto zampe in grado di viaggiare tra i Nove mondi.[10][11]. Figlio di Loki e dello stallone Svaðilfœri, l’animale è attestato in molteplici fonti della mitologia norrena che descrivono la sua nascita, il legame con Odino e le sue impareggiabili qualità di corridore: Edda poetica (nei poemi Grímnismál, Sigrdrífumál, Baldrs draumar e Hyndluljóð), Edda in prosa (in particolare, Gylfaginning c. 15, 42 e 49), Saga di Hervör (c. 36), Völsunga saga (c. 13), Gesta Danorum (c. 1).[12]
I nomi di Odino
Odino è una delle divinità norrene dotate del maggior numero di nomi. Spesso non è semplice distinguere tra i nomi veri e proprî e gli epiteti. Di molti, inoltre, si ignora l’etimologia. Nell’Edda in prosa, nel XIX canto, c’è una disquisizione notevole dei suoi nomi tratta dal poema eddico Grímnismál. Questa dissertazione è opera del misterioso ospite Grímnir, che il re Geirrøðr sta torturando crudelmente tra due fuochi divampanti; il viandante declama dinanzi all’attonito sovrano i misteri del regno degli dèi e dei Nove Mondi. Alla fine del poema, il prigioniero elenca – in una sequela di cinque fittissime strofe a cui se ne aggiunge una sesta in coda – la lunga lista degli heiti, gli epiteti, con i quali è conosciuto, e solo all’ultima strofa rivela la sua terribile identità:
(NON)
« 46. Hétomk Grímr, hétomk Gangleri,
Herian ok Hiálmberi, Þekkr ok Þriði,
Þuðr ok Uðr, Helblindi ok Hár;

47. Saðr ok Svipall ok Sanngetall,
Herteitr ok Hnikarr, Bileygr, Báleygr
Bölverkr, Fiölnir, Grímr ok Grímnir,
Glapsviðr ok Fiölsviðr;

48. Síðhöttr, Síðskeggr,
Sigföðr, Hnikuðr,
Alföðr, Valföðr,
Atríðr ok Farmatýr;
eino nafni
hétomk aldregi,
síz ek með fólkom fór.

49. Grímne mik héto
at Geirrøðrar,
en Iálk at Ásmundar,
enn þá Kialar,
er ek kiálka dró;
Þrór þingom at,
Viðurr at vígom,
Óski ok Ómi,
Iafnhár ok Biflindi,
Göndlir ok Hárbarðr með goðom;

50. Sviðurr ok Sviðrir
er ek hét at Søkkmímis,
ok dulða ek þann inn alda iötun,
þá er ek Miðviðnis vark
ins mæra burar
orðinn einbani.

54. Óðinn ek nú heiti,
Yggr ek áðan hét,
hétomk Þundr fyrir þat,
Vakr ok Skilfingr,
Váfuðr ok Hroptatýr,
Gautr ok Iálkr með goðom,
Ofnir ok Svafnir,
er ek hygg at orðnir sé
allir af einom mér. » (IT)
« Mi chiamo Grímr,
mi chiamo Gangleri,
Herian e Hiálmberi,
Þekkr e Þriði,
Þuðr e Uðr,
Helblindi e Hár;

Saðr e Svipall
e Sanngetall,
Herteitr e Hnikarr,
Bileygr, Báleygr
Bölverkr, Fiölnir,
Grímr e Grímnir,
Glapsviðr e Fiölsviðr;

Síðhöttr, Síðskeggr,
Sigföðr, Hnikuðr,
Allföðr, Valföðr,
Atríðr e Farmatýr;
con un nome soltanto
non mi chiamo mai
quando io tra le genti viaggio.
Grímnir son chiamato
presso le genti di Geirrøðr,
e Iálkr presso le genti di Ásmundr,
e poi Kialarr,
perché tirai una slitta,
Þrór nelle assemblee
Viðurr nelle battaglie,
Óski e Ómi,
Iafnhár e Biflindi,
Göndlir e Hárbarðr tra gli dèi;

Sviðurr e Sviðrir
sono chiamato presso Søkkmímir,
e ingannai quell’antico gigante
quando io stesso divenni
del prode figlio di Miðviðnir
il solo uccisore.

Óðinn ora io chiamo,
Yggr un tempo avevo nome;
chiamato Þundr ancor prima,
Vakr e Skilfingr,
Váfuðr e Hroptatýr,
Gautr e Iálkr tra gli dèi,
Ofnir e Svafnir,
i cui pensieri vengono
tutti da me soltanto! »
(Edda poetica – Grímnismál – XLVI-XLIX,LIV[6])
Non appena Geirrøðr si accorge dell’errore che ha commesso, balza in piedi per liberare il dio, ma inciampa e cade trafitto sulla propria spada.
Culto di Odino
L’origine del culto di Odino
Odino in sella a Sleipnir, il cavallo con otto zampe. Illustrazione di John Bauer del 1911 per Fädernas gudasaga (Le saghe degli Dei dei nostri padri) di Viktor Rydberg.
Secondo il racconto della Saga degli Ynglingar, Ásgarðr era luogo di sacrifici solenni cui presiedevano dodici sacerdoti (detti díar o drótnar) che erano al contempo i capi preminenti cui spettavano le decisioni e i giudizi. Essi sarebbero poi stati divinizzati dai loro sudditi. Nel caso di Odino si dice che, sentendosi prossimo a morire, lasciò la Svezia affermando che sarebbe tornato nella sua antica patria, chiamata Goðheimr (“paese degli dèi”), e i suoi seguaci credettero che allora egli fosse tornato ad Ásgarðr per vivere in eterno.
Nell’antichità
Nonostante nell’immaginario comune Odino sia spesso considerato la divinità principale del pantheon norreno, la sua preminenza è databile solo nei secoli più tardi del politeismo del Nord Europa, dove comunque non risulta largamente diffusa. Si ipotizza che il culto di Odino provenga dalla Danimarca, da dove, intorno al IV secolo, si sia diffuso nella penisola scandinava, più in Svezia che in Norvegia. Assenti sono invece tracce del culto di Odino in Islanda dove pare (anche tramite lo studio dei toponimi) che fosse di gran lunga prevalente il culto di Thor. Si suppone che gli emigrati scandinavi che colonizzarono l’Islanda fossero specialmente devoti, oltre che a Thor, anche a divinità agricole come Freyja e Njörðr, e che abbandonarono la penisola per contrasti con il re Haraldr Hárfagri (Harald Bellachioma), fervente cultore di Odino.
In generale, essendo Odino un dio della guerra e della magia, era particolarmente caro ai guerrieri e agli individui più marginali della società, dove invece gli agricoltori e i proprietari di fattorie preferivano divinità dell’ordine come Thor o della fertilità come Freyja o Freyr. Odino fu dunque particolarmente venerato durante l’epoca vichinga, dai giovani che compivano le spedizioni di saccheggio lungo le coste dell’Europa settentrionale.

Sacrifici umani
Raramente, prima o dopo dei combattimenti, si usava sacrificare prigionieri a Odino. È possibile che l’uomo di Tollund, ritrovato nello Jutland nudo e impiccato insieme ad altri sia uno di questi casi. Nel caso specifico dei sacrifici umani a Odino, erano usate tecniche come l’impiccagione, l’impalamento su lance acuminate o la messa al rogo. La saga degli uomini delle Orcadi cita un ulteriore (e inconsueto) rituale, la cosiddetta aquila di sangue consistente nella separazione e successiva apertura delle costole dalla colonna vertebrale.
Proscrizione da parte del Cristianesimo
Nel corso della cristianizzazione la venerazione nei confronti delle divinità norrene e con esse di Odino non fu completamente estinta. Continuarono ad esistere come icone diaboliche o maligne, un’altra strategia consistette nella progressiva sostituzione delle divinità pagane con figure cristiane.
Un ulteriore traccia del proseguimento della tradizione della mitologia norrena sono gli incantesimi di Merseburgo nei quali viene citato Woutan.
In tempi recenti
A partire dalla seconda metà del XX secolo una nuova religione neopagana che si rifà alla tradizione norrena dell’antichità ha cominciato a diffondersi; tale culto è stato denominato Etenismo. Una denominazione della religione etena, l’Odinismo, è particolarmente incentrata sulla figura di Odino.
Le origini dell’Odinismo sono da ricercarsi nell’opera dell’australiano Alexander Rud Mills il quale, negli anni trenta fondò una prima Chiesa odinista. Oggi è religione riconosciuta ufficialmente in Islanda, Norvegia e Danimarca, ma il culto è presente in modo organizzato anche in Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda, Germania, Nord America e altri. Esistono gruppi di credenti anche in Italia supportati dalla Comunità Odinista; i suoi membri si rifanno alla religione ancestrale dei Longobardi praticando l’Odinismo e promuovendo la difesa delle risorse naturali.
Somiglianze fra Odino e Gesù
Il resoconto eddico del XIII secolo contiene elementi per una possibile somiglianza fra il dio e la figura cardine del Cristianesimo. Alcuni studiosi hanno pensato che il passo nel quale Odino è appeso al frassino Yggdrasill possa essere comparato con la crocifissione di Cristo, un altro elemento che ha reso possibile questo confronto è la lancia che il dio ha conficcata nel ventre, da identificarsi con la lancia di Longino; tuttavia prove archeologiche hanno dimostrato che questa era una pratica in uso prima del tempo di Gesù e che pertanto questo aspetto si sia sviluppato indipendentemente.
Altre differenze, come l’essere appeso con le corde del dio norreno, mentre Gesù era inchiodato alla croce, fanno ulteriormente pensare che il mito germanico si sia sviluppato in maniera autonoma dal racconto della crocifissione, è tuttavia probabile che le prime comunità cristiane scandinave e germaniche abbiano connesso le due narrazioni, forgiando l’immagine di Gesù su quella di Odino, un fatto suggerito dal poema anglosassone Il sogno della Croce di Cynewulf, che ritrae Cristo come un re-guerriero germanico.
Il racconto del sacrificio di Odino riportato nell’Hávamál lo avvicina a quel “Dio Padre” dei cristiani, che soffre e sconfigge la morte, descritto dai Vangeli e da Paolo di Tarso e che presenterebbe, secondo la cosiddetta teoria mitica di Gesù, parallelismi anche con i miti legati al dio Osiride e quindi legami con la religione egizia e il moderno Kemetismo.
Quando le popolazioni del Nord Europa furono cristianizzate, la figura di Odino venne regolarmente avvicinata a quella di Gesù. Raffigurazioni di Odino si trovano ancora oggi in chiese cristiane come la parrocchiale di Akureyri, in Islanda).
Toponimi con il nome di Odino
Al di là della persecuzione da parte della Chiesa, il ricordo di Odino si continuò a tramandare nel folklore popolare e ancor oggi nel Nord Europa si rinvengono numerosi toponimi (tra parentesi, nella lista seguente, il nome antico) che rimandano alla divinità norrena:
• Lungo la costa della Francia settentrionale, in passato occupata da romani, sassoni, danesi, fiamminghi e inglesi attorno a Audresselles (Oderzell) nel cantone di Marquise:
o Audinghen (Odingham)
o Audembert (Odinberg)
o Raventhun (Raventown)[13]
• In Germania:
o Wodenesberg
o Wuodenesberg
o Bad Godesberg (Godesburg)
o Gudensberg
o Odisheim
o Wodensbolt
o Odenwald
o La vallata di Odinsthal nella municipalità locale di Wachenheim an der Weinstraße.
• In Danimarca:
o Odense (Odins Vi, “Santuario di Odino”)
• In Norvegia:
o Onsøy (in norreno Óðinsøy – Isola di Odino), il nome di una penisola nella contea di Østfold.
• In Italia:
o Udine (Udin, in friulano)[14]
• Islanda:
o Óðinstorg, Reykjavik
o Óðinsgata, Reykjavik
Norsemen
Mappa che mostra le zone dove si stanziarono le popolazioni di origine scandinava nell’ottavo (rosso scuro), nono (rosso), decimo (arancione) e undicesimo (giallo) secolo. Il colore verde indica le aree frequentemente colpite da razzie vichinghe.
Norsemen o Northmen (“uomini del nord”) sono nomi usati per un gruppo di individui parlanti una lingua germanica del nord come loro idioma nativo. Il termine norse (cioè norreno) si riferisce in particolare al norreno (che apparteneva alle lingue indoeuropee) e che comprendeva il danese, lo svedese, l’islandese e il norvegese nelle loro forme più antiche.
Il termine Norsemen (o Northmen) fu utilizzato all’inizio per caratterizzare i popoli della Scandinavia centro-meridionale, che poi crearono stati e insediamenti nelle Isole Fær Øer, nel Regno Unito, in Irlanda, in Islanda, in Finlandia, in Russia, in Italia, in Canada, in Groenlandia, in Francia, in Ucraina, in Estonia, in Lettonia e in Germania. Tra VIII e XI secolo, questi termini furono usati per indicare i popoli di tutta la penisola scandinava. Furono comunque usati per indicare i vichinghi e divennero famosi grazie alla preghiera attribuita, anche se con alcune incertezze, ai monaci dei monasteri depredati dai razziatori vichinghi nei secoli VIII e IX, che recitava: “Dio ci salvi dal furore normanno”.
I Northmen erano anche conosciuti come Ascomanni dai germani (nome forse derivante dal loro mitico antenato Askr). Erano invece chiamati Lochlanach in irlandese, mentre gli anglosassoni utilizzavano il termine Dene (danesi).
Gli slavi, i bizantini e gli arabi li chiamavano Rus’ o Rhos, che forse derivava da roþs- o dall’area di Roslagen (Svezia centro-orientale), da dove molti Norsmen (o Northmen) giunsero nelle terre degli slavi. Archeologi e storici sono oggi convinti che gli insediamenti scandinavi nelle terre degli slavi portarono alla formazione dei nomi di Russia e Bielorussia.
Gli slavi e i bizantini chiamavano queste genti anche col nome di variaghi (uomini giurati): col nome di guardia variaga si indicava il nome dei soldati della guardia del corpo degli imperatori bizantini.
Northmen o Nordmenn è uno dei termini con cui oggi sono conosciuti i norvegesi.

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