JOHN BANVILLE – L’INTOCCABILE

[…] Non amo la primavera, le sue pagliacciate e la sua agitazione; temo quell’angoscioso ribollimento nel cuore, temo ciò che potrebbe farmi male.

[…] Non assumere mai come copertura qualcosa che non ti viene naturale.
[…] Prima temevo la notte, i suoi terrori e i suoi sogni, ma in questi ultimi tempi ho preso quasi ad  amarla. Qualcosa di soffice e di cedevole cala sul mondo quando sopravviene l’oscurità.
[…] Ho imparato alcune cose notevoli quel giorno, e non solo riguardo la mia inclinazione alle lacrime.
[…] Nel mio mondo non ci sono domande facili, e le risposte sono sempre poche e preziose.
[…] Aveva una sincera curiosità nei confronti delle persone – il sicuro segno del romanziere di second’ordine.
[…] E’ incredibile quanto faccia smaltire la sbornia arrivare in mezzo a gente molto più ubriaca.
[…] Il dubbio è una debolezza borghese.
[…] Quando incontrai T.S. Eliot nel corso di un ricevimento a Palazzo dopo la guerra, riconobbi subito in quell’ombroso sguardo da cammello e in quella voce senza timbro il tratto di chi era impegnato da una vita in un’ossessiva dissimulazione.
[…] La nostra era come una di quelle strane fedeltà a scuola, quando due esclusi, senza nessuna attrattiva, finiscono per avvicinarsi, spinti dal bisogno reciproco, e formano una sorta di umida e sgraziata amicizia.
[…] C’è uno stadio dell’ubriachezza in cui all’improvviso a uno pare di avanzare con sbalorditiva, irridente facilità attraverso una porta che per tutta la notte ha tentato invano di aprire. Dall’altra parte tutto è luce e definizione e ha la calma della certezza.
“Diceva Diderot” dissi “diceva Diderot che ciò che facciamo non è altro che erigere una statua a nostra immagine dentro noi stessi – idealizzata, certo, ma sempre riconoscibile – e poi passiamo la vita impegnati nello sforzo di assomigliarle.
[…] Nessuno è più devoto di uno scettico inginocchiato.
[…] quanto sono ingannevolmente lievi i passi davvero decisivi della vita.
[…] L’ingrediente principale di questa risata, tuttavia, era una specie di stanchezza annoiata. Colui che rideva aveva visto tutto, ogni forma di spavalderia e di pompa, ogni tentativo fallito di raggiro e di seduzione; aveva visto tutto ciò, e poi le umiliazioni, le lacrime, aveva udito le grida di pietà e i tacchi che risuonavano sulla pietra e le porte delle celle che si richiudevano con uno schianto.
[…] Lo spionaggio ha la qualità del sogno.
[…] ogni cosa, in Billy Mytchett, proveniva da qualche altra parte.
[…] L’atmosfera fremeva di tacite intimità ed era satura dell’attesa ansiosa di lacrime trattenute.
[…] “Per anticipare Brecht” dissi “credo che l’America e la Russia siano entrambe puttane. Ma la mia puttana è incinta”.
[…] La morte si sceglie i messaggeri meno attraenti.
[…] il senso dell’umorismo non è niente di più che l’altra faccia della disperazione.
[…] Quando uscivo a caccia, di notte, ero più terrorizzato che mai; il sesso e lo spionaggio erano le basi di una sorte di equilibrio: ogni cosa era la copertura dell’altra.

La pubblica ignominia, fuggevole cupezza, nasuta, la materia stessa dell’insonnia, le vette di disprezzo, l’azione incurante che ottunde la mente, i favoriti (sono le basette lunghe e grosse), il piccolo peso freddo del presentimento.

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